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Sedia:

Sedia contrassegnata con l’attribuzione di cadrega dél grup (sedia del nodo) di origine azegliese. Tale modello fu commercializzato nel Nord Italia tra il 1930 e il 1965 circa. Riproduzione certificata dalla ricerca etnografica svolta nel comune di Azeglio (TO).

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Caratteristiche della sedia

  • Dimensioni: 85,5 x 42,5 x 35,5 cm.
  • Realizzata in legno  massello di noce e frassino con finitura ad encausto.
  • Seduta impagliata  con motivo a busta in erba palustre (lesca).
  • Assemblata con unioni a tenone,  mortasa e perni lignei.

Importo € 845,00 (esente iva – art. 67 del D.P.R. n. 917/1986 – )

Relazione tecnica

Descrizione: Sedia denominata nel vernacolo locale cul  dél Grup (sedia del nodo),  secondo l’accezione normale “nodo d’amore”.

Elementi decorativi della struttura: Gambe anteriori stile cabriolé con  traverse sagomate del sedile a forma circolare  e battute per l’inserimento del telaio impagliato. Le gambe posteriori si prolungano nella spalliera, unendosi alle traverse posteriori che declinano nel motivo intagliato, attribuendo alla seduta la classica denominazione.

Materiali impiegati: Noce, frassino, mogano (filetti), erba palustre.

Tecnica costruttiva: Unione a tenone e mortasa ugnata e chiodi in legno a rinforzo degli incastri sulle traverse di seduta.

Finitura: Encausto.

Riproduzione con varianti cromatiche: Anno di realizzazione 2019; ricerca etnografica realizzata nel comune di Azeglio (TO)

Misure: cm 85,5 x 42.5 x 35,5 altezza x larghezza x profondità. Altezza seduta cm 45.

Il manufatto ripropone il modello originale della tradizione azegliese, dopo l’intervento di studio e restauro su manufatto originale, attribuibile  ai primi anni del Novecento. La rivisitazione del medesimo, fedele al modello originale, presenta la variante di due specie legnose in contrasto cromatico.

L’impagliatura è eseguita con l’erba palustre della Regione Bancassa (il “Maresco”) di Azeglio (TO) , un’area  paludosa sulle sponde del lago di Viverone (BI).

Numero di catalogazione:  Sedia n.2 “nodo d’amore”.

Dimensioni 

Altezza 855 mm

Larghezza 425 mm

Profondità 355 mm

Altezza seduta 450 mm

I cadreghit d’Azeglio

Gli indizi raccolti permettono di ipotizzare che i seggiolai azegliesi non erano artigiani itineranti nel senso di collettività contadina. Può esserci anche stato nel passato chi girava  a fabbricare sedie, ma generalmente si può escludere che questa fosse un’attività generalizzata. Inoltre è opportuno tenere presente che un’altro elemento naturale che gli azegliesi hanno sempre avuto a disposizione, sebbene anche questo regolato da statuti, era la folta area boschiva che forniva la materia prima, il materiale grezzo su cui lavorare e che era realmente a due passi da casa. lo stesso Bertolotti, arrivando qua alla fine degli anni sessanta dell’Ottocento, non rileva nessuna industria, ma diverse “officine“, che altro non sono che laboratori famigliari, “…pei lavori di legname e di sedie le quali si vendono a Torino, Ivrea, Vercelli ed altrove con gran profitto[1].

L’esistenza di boschi e piante è per di più segnalata dalla toponomastica dello stesso territorio e addirittura da il nome ad una frazione, la Boscarina, che ai tempi del Bertolotti contava 150 abitanti e dall’esistenza di almeno due regioni, la Fraschea e la Ceresola; quest’ultima potrebbe essere messa in relazione con la costruzione delle sedie o di un particolare tipo d’esse dato che si riferisce ad una zona con piccole piante di ciliegio probabilmente selvatico, ottimo per la sua durezza e altrove impiegato in queste lavorazioni [2].

Il Bertolotti evidenzia inoltre l’esistenza di tre fornaci per mattoni che lui definisce “buone” e l’organizzazione di due fiere annue che si tengono i primi lunedì dei mesi di maggio e di novembre; e ci informa che “…la bassa popolazione attende in generale all’agricoltura, alla pesca, alla fabbrica di seggiole[3].

Il lavoro del seggiolaio occupava gran parte della popolazione; sappiamo che nei primi decenni del Novecento in paese si contavano quattrocento famiglie occupate nella lavorazione delle sedie, quindi possiamo ipotizzare che a metà dell’Ottocento il loro numero non potesse essere molto lontano da questa cifra data la grande richiesta dei mercati dell’epoca; sapendo inoltre che la rilevazione del 1861 censisce 474 famiglie residenti in paese ci si rende conto della rilevanza del fenomeno [4].

Il seggiolaio ad Azeglio era dunque un mestiere stanziale e di rilevante importanza per l’economia del paese; ne è prova ulteriore il fatto che la popolazione si era ripetutamente opposta, a metà dell’Ottocento, alla bonifica della zona del Maresco, che era il luogo di raccolta della lesca, materia prima fondamentale per l’impagliatura [5], ma non solo se a metà dell’Ottocento, come è probabile, in paese c’erano ancora abitazioni con il tetto di paglia che in un dizionario dell’epoca venivano definite “povere case il cui tetto è coperto di paglia o di erba” per distinguerle dalle capanne anch’esse con medesimo tetto, “…piccolissime e usate come ricovero temporaneo di uomini ed attrezzi” [6].

Ma un’attività così importante, così generalizzata nel comune a metà dell’Ottocento poteva essere nata soltanto da poco tempo? A nostro parere no. escludendo i seggiolai itineranti, di origine tardo medioevale, le notizie relative ad altre realtà italiane ci dimostrano come il lavoro dei seggiolai, quando è limitato soltanto alla fabbricazione di sedie o poltrone e piccoli divani e si distingue da quello dei mobilieri veri e propri ( i cosiddetti minusieri), si possa far risalire agli inizi del Settecento, come successe a Chiavari o a Cossila o, a metà del Settecento, come si verificò in Friuli [7].

Fu un lungo processo di specializzazione e di commercializzazione che portò ad esempio la zona del  cosiddetto triangolo delle sedie, in provincia di Udine, a produrre oltre 1000.000 sedie l’anno nel 1878, ed a dar lavoro alle trentadue aziende a carattere famigliare che fondarono la prima cooperativa di seggiolai nel 1883 [8].

Ci si rivolse alla fabbricazione delle sedie perchè dalla metà del Seicento e per tutto il Settecento e l’Ottocento, la seggiola era uno dei pochi arredi per la casa che si poteva comprare ai mercati, mentre gli altri mobili come ad esempio i tavoli, i letti o gli armadi erano lasciati in eredità di generazione in generazione, oppure portati in dote dagli sposi o nelle famiglie più benestanti, richiesti al falegname. Quindi un lavoro realmente antico. Soprattutto quando le campagne erano sconvolte dal passaggio degli eserciti (fino alla pace di Utrecht del 1713 per il Canavese non vi furono periodi di calma duratura) o si doveva fare i conti con le carestie e con una natura che sembrava facesse di tutto per intralciare la vita della povera gente (e il Seicento fu in tal senso un secolo veramente disgraziato), il lavoro del seggiolaio dava un contributo rilevante all’economia del paese.

Le sedie tra l’altro pare fossero richieste anche dagli eserciti, soprattutto quando si fermavano un po’ più a lungo come quando montavano i campi durante gli assedi.

Ad Azeglio era una tradizione consolidata quella di portare in piazza al sabato pomeriggio le sedie appena costruite. La piazza allora si riempiva di donne, uomini e bambini, di voci e di colori; era una sorta di cerimonia pubblica dalla quale difficilmente ci si assentava [9]

Da qui centinaia di sedie erano portate da alcuni commercianti ad Ivrea alla stazione ferroviaria per essere smistate nelle direzioni previste.

Prima dell’arrivo in Canavese della ferrovia, le sedie venivano vendute nei paesi vicini come Albiano, Tina, Vestignè e ad Ivrea al mercato del venerdì. Piero Nicolotti ricordava che gli avevano parlato di suo nonno che si  caricava sei sedie :…sulle spalle e andava a venderle nei paesi qui dei dintorni, ma escludeva che gli azegliesi fossero …mai andati a fare i cadreghit sulle piazze dei paesi![10]

Dall’intervista emerge un aspetto comune con i seggiolai ambulanti dell’Agordino: …tutte le case avevanp le attrezzature necessarie per fare le sedie… (…) facevano tutto a mano… anche le mortase… tutto era fatto con grande precisione [11].

Anche Nicolotti ritiene che la tradizione di costruire sedie sia iniziata nei primi anni dell’Ottocento. La sua azienda, fondata dal nonno Antonio, che ha avuto cinque figli tutti seggiolai e negozianti, era gestita dal padre che nel 1926 mancando allora di una sega professionale, si faceva tagliare i pezzi in una segheria e poi li dava alle famiglie che li assemblavano. Alcune riuscivano a montare ben trentasei sedie alla settimana. Dopodiché venivano verniciate e poi portate alla stazione di Ivrea.

Possiamo avere un’idea dei posti dove erano maggiormente smerciate considerando il giro che faceva mensilmente Nicolotti Luigi, figlio di Antonio e dopo di lui suo figlio Piero, per ritirare quanto gli era dovuto e accettare nuovi ordini. Avevano diviso il Piemonte e la Valle d’Aosta in quattro grandi aree. tra queste troviamo Cuneo, Astoi e Alessandria, il Novarese e la Valle d’Aosta. Sedie azegliesi sono giunte nelle case di Fossano, Pinerolo, Saluzzo, Mondovì, savigliano, Fossano, Carmagnola, Carrù, Ceva, Millesimo, Vercelli, Novara…[12].

Prima dell’azienda del Nicolotti i cadreghit azegliesi facevano veramente tutto il lavoro da soli come ricordava Maria Bogatto di Piane d’Azeglio nel 1975: …è una cosa vègia che tutti sapevano fare!…una cosa proprio qui nel nostro paese, che in tutte le famiglie sapevano fare. gli uomini facevano le sedie, tagliavano il legno, lo lavoravano e mettevano insieme i pezzi e noi donne impagliavamo i sedili [13].

Norma Molinatti

Claudio Savant/Aira

 

 

[1] A. Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, vol. IV, tip. Curbis, Ivrea, 1870, rist. anast. della Bottega d’Erasmo, Torino, 1965, p.228.

[2] AA.VV., Alla scoperta di Azeglio. Storia, cultura, tradizioni, natura, Artev, 2001, p.41.

[3] A. Bertolotti, Passeggiate…, cit., vol IV, p.228.

[4] Nel 1862 Azeglio contava circa 2000 abitanti, Cfr. n.1 sopra, e AA.VV., Alla scoperta di Azeglio…,cit., p.137.

[5] Cfr. n. 1, p. 235.

[6] G. Carena, Vocabolario domestico; prontuario di vocaboli attenenti a cose domestiche, e oltre di uso comune per un saggio di un vocabolario metodico della lingua italiana, G. Margheri, C. Bautteux e M. Aubry, coeditori, Napoli, 1859, p.105.

[7] Sembra che la lavorazione del legno, nel Friuli Orientale, sia dovuta principalmente ad una donazione dell’Imperatrice Maria Teresa di un bosco nei pressi di Ternova, ufficialmente per finire la costruzione di una Chiesa parrocchiale. La pezza era molto estesa e quindi gli abitanti si specializzarono nell’arte della lavorazione del legno. Cinquant’anni più tardi, su mille abitanti, c’erano otto maestri falegnami esperti nella lavorazione di mobili per la casa e delle sedie, che erano richiesti  e smerciati a Udine ed a Trieste. nel 1856 erano attive oltre trenta officine. la Liguria, per ciò che concerne Chiavari, per la consistenza  e l’estensione dei suoi boschi appenninici di cui è ancor oggi ricca, ha sempre offerto molta materia prima ai falegnami e ai seggiolai. Chiavari, storicamente ricordata per la sua fornitura di remi alla repubblica genovese, è molto famosa anche per le sue sedie. Anche qui la lavorazione sarebbe cominciata da un’iniziativa di un nobile. pare, infatti, che nel 1807 il marchese Rivarola, governatore di Chiavari, dopo aver soggiornato a Parigi per qualche tempo, ritornasse nel Golfo del Tigullio e ordinasse ad un falegname del luogo, tal Gaetano Descalzi, di costruire delle seggiole sulla falsariga di un modello francese. Prese così avvio la fabbricazione di sedie che saranno gradite in tutte le corti europee. Un particolare tipo di stile di seggiola leggera ed elegante si chiama ancor oggi il chiavarino.

[8] S. Carmen Re, Seggiolai dell’Agordino, tipografia Dbs di Rasai, Belluno, 2001.

[9] AA.VV, Alla scoperta di Azeglio…,cit, p.137.

[10] A. Vigliermo, Becana vita sana, testimonianze e osservazioni sulla vita di ieri e di oggi in Canavese, intervista a P.Nicolotti, Priuli & Verlucca editori, 1976, pp.41/42.

[11] Idem.

[12] Idem.

[13] Idem. Intervista a M.Bogatto in Tirassa, pp.43/45.

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