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Il restauro di una tavola rolese di fine Ottocento

Il restauro di una tavola rolese di fine Ottocento
Intervento di restauro su un tavolino intarsiato di Rolo del 1850 circa.

Riassunto:

La seconda metà dell’Ottocento rappresenta per la piccola realtà rolese un fortunato periodo di produzione artigianale ed espansione commerciale. Lo attestano un lungo articolo sulla tarsia locale redatto a puntate nel Novecento da Alessandro Giuseppe Spinelli su La Provincia di Modena e «alcune corrispondenze inviate da Rolo al giornale Luce dal falegname Francesco Sabbadini (1874-1909), apparse sul foglio socialista carpigiano tra il dicembre 1902 ed il maggio 1903 e firmate con lo pseudonimo “Avanti”»[1].

Dopo l’affermazione ottenuta con i mobili di stile neoclassico, i primi tentativi di rinnovare tipologie e repertorio decorativo in Rolo – secondo le citate testimonianze – germinarono tra il 1848 e il 1859, soprattutto ad opera delle botteghe Mari e Biraghi, portando nel Novecento a una produzione di circa 6000 tavole all’anno, con prezzi che variavano dalle 12 alle 45 lire. L’attività occupava 150 falegnami in un Comune di circa 2800 abitanti.

Fra i 128 falegnami attivi a Rolo nel periodo che intercorre tra 1821 e il 1847 compare il nome di Predieri Fortunato Demetrio, attivo tra gli anni 1841 e 1846. Si tratta di uno dei tre figli di Carlo Predieri e Isabella Bazzoni, cognata del grande ebanista Vincenzo Mari.

Dal fratello di Carlo, Ercolano, nasce nel 1876 Luigi Predieri, fratello di Tancredi, citato da Francesco Sabbadini in una delle sue corrispondenze per evidenziare la novità del legno cotto a colori, «il quale dà al lavorato mosaico un altro aspetto»[2].

Le tradizioni e i saperi tramandati alla discendenza per via orale faranno di Rolo il centro propulsore dell’ascendente parabola produttiva caratterizzata dalla produzione dei tavoli intarsiati a motivi geometrici e figurati. Attività che dalla bottega si estendeva a quella commerciale, normalmente esercitata da uno dei componenti della famiglia: il “delegato” di bottega. In seguito al lungo peregrinare in Stati europei – ma qualche venditore si spinse, nei primi decenni del Novecento, anche in Egitto e Australia –, questi intratteneva relazioni e concordava ordinazioni con la committenza, inviando alla propria bottega gli ordini per l’esecuzione dei lavori.

Nel 1936 Luigi Predieri richiede e ottiene la licenza per la vendita come ambulante di tavolini intarsiati, attività, come accennato, che sta in continuità con quella produttiva. Non è da escludere che tra le tavole prodotte o vendute da Luigi Predieri ricorresse nella bottega di famiglia l’usanza di siglarle con le proprie iniziali, apponendo sul retro la firma dell’artefice. Tra queste potrebbe figurare la tavola oggetto del documentato restauro, connotata dalle iniziali PL.

Tali lettere hanno stimolato una serie di quesiti, in parte risolti grazie al prezioso contributo del Museo della Tarsia di Rolo il quale apporto è risultato centrale per il proseguo dello studio. I risultati della presente ricerca sono quindi il frutto degli elementi riscontrati sul tavolo intarsiato, rinvenuto in stato di abbandono e in area di smaltimento, e del continuo confronto con i dati dell’archivio del Museo della Tarsia; la disponibilità dei suoi operatori si è rivelata importante per il presente lavoro. Fortuita casualità, il recupero, che ha consentito allo studio di raccogliere informazioni significative, a conferma di una serie di ricerche svolte anteriormente e in continua evoluzione.

Uno studio che ha attinto anche dall’antropologia della “cultura materiale” ovvero “l’analisi degli oggetti nei quali gli aspetti immateriali della cultura (i suoi valori, saperi, codici, strutture) sono incorporati e assumono forma visibile e durevole” [3].

Nel retro del tavolo sono stati riscontrati elementi importanti, che hanno permesso la ricostruzione storico-sociale, ma anche tecnico-costruttiva del manufatto in questione. In particolare, le lettere citate hanno consentito di attingere ai dati delle ricerche storiche sulle botteghe attive in Rolo nella seconda metà dell’Ottocento, tra le quali è censita quella della famiglia Predieri, che, attraverso i legami coniugali, aveva allacciato strette relazioni con altre famiglie di questo piccolo comune padano dedite alla professione. Una professione, quella dei legnamaj o marangoni da rimesso (gli intarsiatori), che, come svela l’etichetta di spedizione apposta sul fondo del tavolo – dove è possibile leggere lo spostamento su rotaie del manufatto lungo la linea ferroviaria francese tra le stazioni di Avranches e Cherbourg, nella bassa Normandia – si è sviluppata anche grazie all’iniziativa e allo spirito commerciale dei produttori locali, facendo di Rolo un chiaro esempio di produzione e commercializzazione internazionale e di feconda trasmissione e rielaborazione del patrimonio orale.

Parole chiave

Tradizione orale, tecnica a mosaico, iniziative commerciali, povertà, cultura materiale.

Introduzione:

Il manufatto oggetto di restauro, un tavolino ottagonale di manifattura rolese finemente intarsiato, rinvenuto in stato di abbandono e in pessime condizioni, conferisce oggi alla ricerca un ulteriore e fortuito elemento di testimonianza dell’abilità con cui gli ebanisti di Rolo sapevano decorare i loro mobili, cimentandosi anche nell’esecuzione di motivi complessi e originali. Tale manufatto sta in continuità con la produzione – soprattutto tavoli adornati con la tecnica della tarsia geometrica – che si sviluppò tra il 1848 e il 1859, avviando una nuova fase, dopo il periodo neoclassico[4].

L’origine del nome attribuito nell’alto Medioevo al villaggio di Rolo – Ariolas, che in latino significa “piccola superficie (abitata)” – sembra accomunare questo paese emiliano ai numerosi centri della bassa pianura padana in cui boschi e altri spazi incolti sono sopravvissuti a lungo, facilitando la conservazione di antichi valori e di tradizioni legate in particolare alla civiltà agreste. In ambito rolese, queste tradizioni favoriranno la nascita di un primo piccolo nucleo di maestranze specializzate nell’arte lignea, e di una “areŏla” di marangoni da rimesso (intarsiatori).

Fu molto probabilmente la famiglia signorile Sessi a incoraggiare nella loro minuscola contea di Rolo l’arte dell’ebanisteria, in particolare la costruzione di pregiati mobili “tutti intresciati” di legni vari. Nel territorio di giurisdizione del conte, i marangoni delle dieci botteghe censite nel 1777[5]  ebbero un valente antesignano soprattutto in Giuseppe Preti (1692-1770), autore di splendidi arredi per la committenza sia civile che ecclesiastica.

Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, una raffinata serie di elementi decorativi caratterizzerà il neoclassicismo del mobile rolese. Un tratto originale e distintivo saranno i sottili racemi in legno chiaro, talvolta completi di fiori e bacche, che si svolgono in ampi girali sui giochi cromatici di fondi spesso in radica, ad ornare la superficie del manufatto.

Dopo il periodo neoclassico, un’altra tipologia di manufatti viene a inquadrarsi in quel contesto, e cioè le tavole decorate a “mosaico”, che determinarono una nuova splendida fase; la capacità degli artigiani diede impulso e vigore all’economia del paese. A tale sviluppo concorse anche la domanda di mercato a scala europea, cui gli artigiani seppero rispondere con un ampio repertorio decorativo, talora su richiesta di singoli acquirenti.

I primi tentativi di questo rinnovamento artistico furono compiuti dalle botteghe Mari e Biraghi; la prima tavola lavorata a mosaico, realizzata intorno al 1870, viene attribuita al grande ebanista Vincenzo Mari. Il confronto delle tipologie decorative può essere rilevato su due tavoli presenti nel repertorio fotografico del volume L’arte della tarsia a Rolo: l’uno del 1856 ottagonale, in cui la figura centrale del cavaliere campeggia nella composizione d’insieme, l’altro del 1875 polilobato, dove geometrie di notevole bellezza lasciano ammirare nella composizione nuove prove di virtuosismo estetico[6]. La perizia e la tradizione, insieme con l’ingegno, faranno la fortuna dell’ebanisteria rolese, basata certamente sull’abilità di alte e umili maestranze, come testimoniato dalla documentazione storica.

Il dato è significativo per comprendere la paziente opera degli artigiani nel disporre le tessere del mosaico sull’intero supporto ligneo, in una sapiente commistione di figure geometriche e rappresentazioni grafiche. Il punto di forza costituito dai prezzi contenuti e il rinnovamento attuato favorirono, come già detto, il passaggio dallo stile neoclassico all’eclettismo ottocentesco; a questi fattori si deve aggiungere la costruzione della linea ferroviaria che dagli anni Settanta dell’Ottocento unisce Modena a Mantova, passando anche per Rolo; essa indubbiamente agevolò l’esportazione dei manufatti.

Dai variegati cromatismi lignei e dalle raffinate decorazioni frutto della sapiente abilità artigianale non traspare, però, la condizione di povertà che invece accompagna la realtà delle botteghe rolesi, e che farà da sprone alle varie iniziative commerciali. Di fatto, l’attività degli intarsiatori «era svolta entro le rispettive abitazioni»[7], spesso assieme ad un altro lavoro, per ovviare ai momenti di flessione della domanda. Il “saper fare” si tramandava attraverso legami parentali tra famiglie di “legnaiuoli” in gran parte analfabeti.

Tale condizione di povertà è attestata sin dal 1777 dalle parole dell’avvocato fiscale Paolo Bassi, che volendo sostenere la richiesta alle autorità di governo di un sussidio dotale per sette zitelle rolesi scrisse: «figlie tutte di poveri artisti come marangoni, e calzolari, ed alcune di contadini». Nemmeno nei primi decenni dell’Ottocento le condizioni di povertà vengono a mutare, tanto che qualche falegname è spinto a riciclarsi come operaio generico in occasione della sistemazione di una strada comunale[8].

Ciò nonostante, a Rolo la produzione dei tavoli intarsiati s’intensificherà al punto da spingere a coniare il termine “rolini” per designarli. Il riferimento contraddistingue una tipologia che identifica temi ricorrenti di geometrie policrome e raffigurazioni, raggiungendo nell’anno 1900 il numero di 200 operai e 6-7 mila pezzi, aventi un costo medio di 15 lire cadauno. Tavole spesso imballate e spedite in tutta Europa; ma l’intraprendenza delle famiglie rolesi dedite all’intarsio fu tale che qualche loro componente nel 1880 si avventurò in Egitto, Turchia, Rodi, Palestina e persino, nel terzo decennio del Novecento, in Australia[9].

La chiusura delle frontiere seguita allo scoppio della prima guerra mondiale (1914) fece crollare la produzione. Anche in precedenza, tuttavia, non erano mancati segnali di crisi, come riferisce la testimonianza di Francesco Sabbadini[10]. La tavola intarsiata aveva perso un po’ di prestigio agli occhi assuefatti della committenza; di ciò erano ben consapevoli gli stessi artefici, consci della carente formazione nel disegno.

L’esigenza di un terzo periodo produttivo che superasse, ancora una volta, la fase di declino si arenò definitivamente di fronte al secondo conflitto mondiale, e con essa si arenò anche la grande tradizione dei marangoni da rimesso e delle maestranze dell’arte lignea.

In tale contesto, la testimonianza fornita dal fortuito ritrovamento del tavolino riemerge dalle spoglie del passato, rievocando il segmento storico che decorre tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Già in un inventario del 1746 si cita la geometria di «due mezze tavole ottangolari», comprese «fra i numerosi mobili che arredano le sale del palazzo del castello» di Rolo[11]. Nel tavolino oggetto di relazione, la stessa geometria è riproposta con la decorazione a mosaico che riveste l’intera superficie, dove, nella parte centrale, campeggia un motivo non frequente per il repertorio ornamentale rolese: il nodo gordiano, dovuto forse a uno stimolo offerto da altre manifatture o alla volontà espressa dalla committenza finale. Supposizioni suggerite dal contenuto dell’etichetta di spedizione applicata su retro del piano, che menziona la tratta ferroviaria realizzata sulla dorsale ovest del territorio francese tra il 1855 e il 1909[12].

L’etichetta certifica un trasporto a bassa velocità tra le stazioni di Avranches e Cherbourg. Lascia inoltre formulare interessanti ipotesi deduttive che si sovrappongono alle informazioni provenienti dalle iniziali delle lettere alfabetiche e dai riferimenti numerici apposti sul retro del piano del tavolo[13]. Non vi sono, al momento, elementi di certezza che permettano di utilizzare tali lettere per l’attribuzione della bottega, né ci è consentito sapere, se non per sommi capi, se e quale incettatore abbia acquisito la tavola e per quale prezzo, ma doverosa è l’indagine tra i segni del presente.

A rendere singolare l’artigianato rolese fu il concorso di più elementi contingenti al quadro storico, che ci consegnano frammenti di probabile realtà in assenza di certezze documentali. Fra questi elementi non va dimenticata la posizione geografica del comune – situato nell’estremo lembo nord-orientale della provincia di Reggio Emilia e confinante in parte con le province di Mantova e di Modena –, che fece di Rolo una terra di transito e di vigoroso spirito commerciale. Spirito che tutt’oggi nutre il tessuto urbano, dove la passione per la storia e la tradizione del passato rendono unico nel suo genere il “Museo della tarsia”.

Individuazione del manufatto:

Il tavolo, rinvenuto circa una decina di anni fa in stato di abbandono da un collaboratore del Museo della Tarsia, costituisce il fortuito ritrovamento di un manufatto destinato alla distruzione. Il suo recupero ha permesso, come spesso accade con gli oggetti del passato, l’individuazione di segni, tracce, indizi ed elementi complementari che consentono una lettura di carattere storico-sociale e, in questo caso, anche un apporto alla ricostruzione del ricco repertorio produttivo delle tavole intarsiate di Rolo.

Le criticità rilevate sul manufatto e l’avanzato stato di degrado del supporto ligneo fanno ipotizzare un orientamento volto a non considerare conveniente la salvaguardia dell’opera, perché ritenuta ormai inutilizzabile e priva di ogni valore economico. L’esposizione agli agenti esterni ha poi favorito sensibilmente l’ulteriore decomposizione, determinando il sollevamento e la perdita di parecchie tessere presenti nella decorazione intarsiata del piano, nonché le condizioni per un degrado biologico e vegetale. I costi di un intervento ritenuti inappropriati o il mancato riconoscimento di una trascorsa cultura sociale nell’oggetto, giudicato di nessun valore, sono le ipotesi che gravitano intorno alle motivazioni di una scelta peculiare.

L’opportunità di studiare la cultura materiale della piccola realtà rolese ha consentito di far riemergere dall’opera le interazioni sociali che caratterizzavano la produzione dei suoi manufatti, dove l’individuo “attore sociale” – contadino e artigiano – orientava il proprio senso dell’agire, valorizzando trasmissioni e tradizioni orali, attribuendo significato alla propria realtà. Per dirla con Weber: “esseri culturali, dotati della capacità e della volontà di assumere consapevolmente posizione nei suoi [del mondo] confronti”[14].

L’individuazione dell’opera è significativa di una duplice disposizione culturale: l’artefice del tavolo, che nella realizzazione del manufatto dirigeva il proprio senso dell’agire volto al profitto, in una realtà sociale prevalentemente agreste e fatta di necessità. Il possessore ultimo dell’oggetto, che non ravvisando né valore né funzionalità, attribuiva il proprio senso nell’atto di sbarazzarsene in un ambiente in cui la disponibilità e l’opportunità di beni e consumi hanno orientato una diversa motivazione al proprio agire. Ma indipendentemente dal senso dell’agire dei due “attori sociali” il manufatto conserva in sé la propria storia: come un documento tra gli archivi della quotidianità.

Descrizione dell’opera:

Il tavolino costituisce un tipico prodotto dell’artigianato di Rolo, centro reggiano situato ai confini con le province di Mantova e Modena. Esso mostra elementi di rilevante interesse storico-artistico e tipologie costruttive e decorative che orientano a collocarlo, sotto il profilo cronologico, alla fine dell’Ottocento o all’inizio del Novecento.

Il manufatto, di forma ottagonale, presenta decorazioni a motivi geometrici concentrici e, al centro, la raffigurazione del nodo gordiano, non ricorrente nella produzione intarsiata rolese. La raffinata disposizione degli elementi intende rappresentare, attraverso l’utilizzo di specie legnose autoctone quali l’acero, il noce e il pero, un intreccio inestricabile, che rimanda all’aneddoto narrato sul popolo dei Frigi[15], un racconto che ruota intorno alla capitale della Frigia e alla figura dell’omonimo fondatore, Gordio. Gioca, in questo caso, un virtuosismo dell’artigiano nella disposizione cromatica degli elementi lignei, con cui si conferisce un senso di profondità e movimento all’immagine intrecciata.

Particolare finezza presentano i triangoli del nodo gordiano, che chiudendosi a ventaglio intorno ai rispettivi riquadri evocano un’armonica bellezza d’insieme. La decorazione succede in una ricca evoluzione di motivi a filetti semplici e composti, quest’ultimi (“trinette”) alternati da dentellature di elementi lignei in ritmate e ricorrenti colorazioni e grandezze.

Nella visione d’insieme, si colgono la grazia e l’eleganza dell’ornamento nel complesso delle bordature decorative disposte sul piano, composte appunto da filettature o dall’unione di più elementi in continuità alternata.

Le trinette intramezzano una doppia rappresentazione di triangoli in noce e a motivi composti, consegnando alla tarsia della tavola slancio e singolare espressività. Intervallano la ricca decorazione elementi circolari di noce in successione e di maggior ampiezza, intercalando un respiro alla figurazione e riproponendo una seconda immagine: una disposizione di coppie di triangoli a base consecutiva non adiacente, di ricercata cromaticità e con giochi di chiaro-scuri. Esecuzione di una voluta profondità, espressa nel motivo geometrico tramite la consapevole capacità dell’autore, orientata a rapire lo sguardo dell’osservatore. A un attento esame, la disposizione dei triangoli – in gergo “denti[16]” – conferisce all’immagine una visione prospettica dove i raggi visuali confluiscono verso un punto centrale.

Ancora una trinetta policroma e una cornice ottagonale si dispongono ai margini del tavolo in ampie fasce specchiate sui lati del poligono, evocando l’idea di una disegnata narrazione.

Il supporto è formato da un commesso di tavole di pioppo (populus alba) volte a strutturare la forma ottagonale del piano, vincolate alla fascia mediante colla forte e chiodatura.

Il motivo ornamentale della fascia crea, con il bordo del piano, una continuità visiva in successioni di dentellature distribuite sull’altezza della stessa, per terminare poi nella parte inferiore con un sottile filetto policromo, al fine di creare ulteriormente vivacità ed eleganza d’insieme.

L’ossatura della fascia mostra una sovrapposizione di tre elementi lignei longitudinali, disposti su tutta l’altezza in veri e propri ricorsi orizzontali, ognuno dei quali si compone di quattro elementi in continuità ad unione ugnata, attribuendo all’intera costruzione maggior stabilità.

Il retro del piano si completa di due traverse guidagne, disposte trasversalmente all’assito e calettate all’ossatura della fascia mediante code di rondine ridotte, e piastra filettata centrale, vincolata alle traverse da chiodature. Sono rintracciabili, inoltre, elementi distintivi tipici di una produzione destinata all’estero. L’etichetta di spedizione applicata al fondo informa di una tratta ferroviaria a ridotta velocità dell’ovest della Francia: dalla stazione di Avranches a quella di Cherbourg, nella bassa Normandia. Nell’etichetta è possibile leggere – in lingua francese – il numero dei colli che compongono l’insieme della spedizione, contrassegnato, nell’apposito spazio, da una doppia barra //. Tale segno grafico potrebbe indicare cancellazione, separazione o il numero di 11 tavole.

I numeri 3 e 25, colorati in nero e disposti rispettivamente sull’assito e sulla piastra centrale, sono probabilmente indicativi del piano e del gambo ad esso connesso attraverso la piastra; ciò rispecchia un ordine volto a favorire eventuali assemblaggi delle tavole i cui piani spesso venivano disposti a coppie per la spedizione. Infatti, spesso i singoli piani venivano accoppiati per le spedizioni ferroviarie, abbassando in tal modo i costi. Per facilitare di nuovo il montaggio dei vari elementi del tavolo, spesso venivano punzonati dei numeri alla base del gambo, per i piedi, sulla vite filettata e sulla piastra. Due lettere indicanti la P e la L potrebbero far riferimento alla bottega del già menzionato Luigi Predieri, attribuendo al manufatto tracciabilità e storicità.

Il gambo tornito a balaustro evidenzia, centralmente, il motivo della coppa rovesciata, tipico delle torniture di questo periodo. Riccamente intarsiato da una successione di trinette, sviluppa dal basso un intenso ornamento sino a circa la metà della sua altezza. Maggior ricchezza caratterizza il motivo della coppa rovesciata, con una doppia filettatura composta di dentellature chiaro-scure frammezzata da spessori diversi di semplici filetti. Quasi una firma dell’autore è poi un ornamento singolare e distintivo: un filetto composto di varie lunghezze e a taglio obliquo che poteva ripetersi anche sul bordo del piano. La parte prossima al piano presenta una vite filettata manualmente per l’unione con quest’ultimo, o per la separazione dallo stesso; sulla base del gambo, le tre scanalature equidistanti consentono l’inserimento dei piedi, muniti di incastro a coda di rondine ridotta.

I piedi occupano uno spazio che non va oltre l’ampiezza della fascia e si caratterizzano per il motivo a ricciolo rovesciato, che, ripiegandosi su se stesso, crea il punto d’appoggio del tavolo in sintonia con le morbide linee che lo modellano. Il dorso propone nella prima curvatura un intarsio a spina di pesce, in cui figurano, al centro, due sottili filetti di acero separati da uno di noce più grande. Il motivo, in gergo rasgòn, richiama i denti di una sega, qui disposti su due file intorno ai filetti mediani e ottenuti con tessere di larghezze variamente degradanti verso l’interno, per accentuare il senso della curvatura e dell’armonia d’insieme. La continuità col gambo si coglie facendo scorrere lo sguardo dal suo punto mediano, indice di una sapiente consapevolezza degli effetti proposti all’osservatore.

È questo in Italia uno dei primi esempi di mobili che potevano essere smontati.

Rilievo degli elementi strutturali:

La seconda metà dell’Ottocento è caratterizzata dalla ricca produzione di tavole “a mosaico” e dalla parabola ascendente dei “rolini”. A contribuire sono i caratteri di semplicità, sintesi costruttiva, bellezza ornamentale; ma anche la possibilità di separare i tre elementi che rendono la costruzione facilmente trasportabile: il piano, il gambo, i piedi. Elementi che, unitamente all’accessibilità del prezzo, modellano i manufatti in un’equilibrata disposizione di parti, ornamenti e specie legnose: caratteristiche singolari volte a congegnare e spedire alla committenza un prodotto di qualità.

L’oggetto di rilievo presenta caratteri operativi che lo identificano nella tipologia di produzione rolese[17] quale peculiare costruzione di essenziali e autoctoni complementi lignei.

L’osservazione sulla tavola mette in evidenza fra le parti strutturali e complementari dell’ossatura:

  1. un piano;
  2. una fascia di contorno;
  3. due traverse parallele;
  4. una piastra centrale con foro filettato;
  5. un gambo centrale tornito a balaustro con coppa rovesciata e vite terminale;
  6. tre piedi a ricciolo rovesciato. 

Piano[18] (disegno 1.)

Rilievo del piano
Rappresentazione quotata in mm degli elementi di supporto del piano intarsiato.

Le misurazioni, ai fini del rilievo, seguono indistintamente l’applicazione del:

  1. metodo costruttivo dell’inscrizione in una circonferenza data;
  2. metodo costruttivo dell’inscrizione in un quadrato dato il lato.

Diametro della circonferenza circoscritta all’ottagono 795 mm

Lunghezza del lato quadrato circoscritto all’ottagono 735 mm

Lato dell’ottagono 305 mm

Il piano si compone di 7 assi di pioppo (populus alba), unite con colla a filo piano, ed eccede rispetto alla fascia di 20 mm.

L’assito presenta un costrutto di elementi di varia larghezza, che rilevano dall’esterno la seguente disposizione:

  1. larghezza 60 mm, spessore 15 mm, lunghezza max. 425 mm
  2. larghezza 135 mm, spessore 15 mm, lunghezza max. 695 mm
  3. larghezza 110 mm, spessore 15 mm, lunghezza max. 735 mm
  4. larghezza 120 mm, spessore 15 mm, lunghezza max. 735 mm
  5. larghezza 110 mm, spessore 15 mm, lunghezza max. 735 mm
  6. larghezza 140 mm, spessore 15 mm, lunghezza max. 703 mm
  7. larghezza 60 mm, spessore 15 mm, lunghezza max. 425 mm

Le misure sono approssimate alla media dei valori riscontrati per il non parallelismo delle tavole che costituiscono il piano. Tuttavia è possibile, per semplicità costruttiva, ipotizzare una struttura ordinata da 5 assi di 120 mm. e due assi laterali da 67,5 mm.

L’ordine e la disposizione dell’assito portano a ipotizzare una perizia costruttiva, basata sull’esperienza, che prevedeva nella costruzione il calcolo dei valori igrometrici tollerati dal movimento del legno. Nello specifico, si puntava al buon grado di stabilità del piano sul quale la decorazione lignea (intarsio) si adagiava.

Nella parte posteriore del piano è possibile riscontrare: (disegno 2.)

Rilievo della parte posteriore del piano
Rappresentazione quotata in mm degli elementi accertati sul retro del piano.
  1. Una distanza interna delle guide di 145 mm, altezza 50 mm, spessore 20 mm, lunghezza senza il computo delle code di rondine 655 mm.

Le code di rondine misurano una altezza di circa 25 mm, interrompendosi a circa metà della fascia a cui si caletta.

  1. Una piastra centrale filettata di 145 x145 mm, con diametro di foro di circa 40 mm.
  2. c. Due lettere alfabetiche indicanti le sigle P L di circa 95 mm di altezza x 70 di larghezza, pennellate con l’ausilio di una probabile maschera.
  3. Un numero 3 di circa 95 mm di altezza x 60 di larghezza, pennellato in nero sull’assito.
  4. Un numero 25 di circa 60 mm di altezza; la larghezza del numero 2 è di 30 mm, mentre il numero 5 presenta una larghezza di 25 mm; entrambi sono pennellati in nero sulla piastra filettata.

Il carattere maiuscolo delle lettere e dei numeri parrebbe vincolato alla forma della maschera utilizzata.

  1. Una etichetta di spedizione dalle dimensioni di 80 mm di lunghezza per 60 di larghezza, recante la seguente dicitura dall’alto: CHEMIS DE FER DE L’OUEST / PETIT VITESSE / DE: AVRANCHES / A: CHERBOURG / Nombre de colis composant la partie //

La stazione di partenza non è chiaramente leggibile, ma le lettere rimaste lasciano ipotizzare che la località di partenza sia “Avranches”, non lontana da Le Mont Saint Michel. Nell’etichetta di spedizione la lettera A iniziale non si legge più, mentre si intravede la V e la R è poco chiara; il resto è comprensibile.

L’etichetta richiama la compagnia ferroviaria occidentale creata nel 1855 dalla fusione di un numero di compagnie che servivano l’ovest della Francia.

Fascia ottagonale (disegno 3.)

Rilievo degli elementi della fascia
Rappresentazione grafica degli elementi della fascia.

Diametro della circonferenza circoscritta alla fascia dell’ottagono 750 mm

Lunghezza del lato quadrato circoscritto alla fascia dell’ottagono 695 mm

Lato fascia dell’ottagono 288 mm.

La fascia presenta un’altezza di 50 mm e uno spessore di 20 mm, che strutturano tre livelli lignei sovrapposti. Due periferici di circa 10 mm, commessi all’elemento centrale di 30 mm.

Le parti che sagomano i livelli della fascia, nel numero di 4, si dispongono tra gli strati a sovrapposizione sfalsata, uniti con colla e chiodatura.

Il primo livello, prossimo al retro del piano, segue una disposizione angolare di 4 elementi che si uniscono con un taglio obliquo di circa 22 gradi, per uno sviluppo di 54 mm. Le parti che lo ordinano si dispongono determinando il primo dei tre livelli (o strati) che strutturano la caratteristica costruzione della fascia del piano, tipica struttura a sovrapposizione sfalsata della produzione dei tavoli in Rolo.

L’elemento centrale di diversa altezza (30 mm) segue similmente tra le 4 parti che lo compongono; ha un’unione angolare di commettitura e analoga inclinazione di 22 gradi; si dispone in alternanza sfalsata, rispetto al precedente, su un lato dell’ottagono e metà circa dei lati adiacenti. Un insieme ordinato di segmenti consecutivi di circa due lati dell’ottagono.

Il livello esterno si posiziona con regolarità, a partire dall’angolo sfalsato del precedente, seguendo una alternanza ogni due lati dell’ottagono e ampiezza d’angolo di circa 68 gradi.

La costruzione non rispetta una simmetria nella composizione della fascia, sia nella sovrapposizione degli elementi, che nella giunzione ugnata delle parti che lo costituiscono. Verosimile è l’utilizzo dei ritagli di lavorazione per le parti non in vista o per interventi di integrazione avvenuti nelle precedenti riparazioni.

L’unione chiodata sembra distribuita su tre livelli: un primo livello fissa il piano alla fascia, dove è possibile riscontrare sull’assito in pioppo fori di chiodatura che penetrano il piano per alcuni millimetri. Un secondo livello fissa, dal retro, il listello mediano all’elemento prossimo all’assito e presenta chiodi di maggior diametro e lunghezza. L’ultimo livello di chiodatura che fissa l’elemento esterno al mediano rileva chiodi di lunghezza e diametro minori.

Anche in questo caso, le successive chiodature utilizzate per fissare le parti orientano a considerare un possibile intervento diretto a vincolare le parti prossime al distacco.

Gambo (disegno 4.)

Rilievo del gambo tornito
Rappresentazione del gambo centrale quotato in mm.

Il gambo tornito a balaustro, con motivo di coppa rovesciata, caratterizza la produzione di fine Ottocento.

Il supporto, vincolato al piano attraverso una vite interamente eseguita a mano, consente l’unione e la separazione del gambo dal piano. Tale aspetto costruttivo facilita la trasportabilità del tavolo e gli conferisce originalità costruttiva.

Sulla testa della vite è possibile rilevare un numero 25 scritto a mano con probabile pennellino e inchiostro. Il riferimento indica la corrispondenza con la piastra del piano nella quale si avvita per connettere le parti.

Altezza 527 mm, diametro alla base 115 mm, diametro al vertice 100 mm.

Diametro max. 121,5 mm, diametro min. 54 mm.

Altezza della vite 48 mm, diametro esterno 47 mm, diametro di nocciolo 35/37 mm, passo della filettatura 12/10 mm, inclinazione di avanzamento 6/7 gradi circa, forma del profilo triangolare, numero di filetti 4, senso di avanzamento destro.

La parte prossima ai piedi presenta tre scanalature a coda di rondine con foro d’entrata di 68 mm di altezza e 18 di larghezza. La profondità rileva due misurazioni: a) 17 mm e 20 mm rispettivamente dal basso verso l’alto. Sulla sinistra delle rispettive scanalature sono impressi i numeri 262728.

Le differenze di profondità riscontrate nelle scanalature a coda di rondine inducono a ipotizzare due interventi in successione temporale: a) una commettitura non ortogonale fra il gambo e i piedi in fase costruttiva; b) una serie di interventi successivi per eliminare il gioco venutosi a creare tra i piedi e il gambo. Colla animale e spessori sono stati riscontrati tra le unioni per ridurre il movimento fra gli elementi di commettitura.

Piedi (disegno 5.)

Rilievo dei piedi
Rappresentazione quotata dei piedi a ricciolo rovesciato.

I piedi nel numero di tre, disposti a distanza angolare di circa 120 gradi alla base del gambo, sono sagomati con un motivo di produzione rolese: il ricciolo rovesciato.

La calettatura al gambo è garantita attraverso una coda di rondine ridotta in altezza ed inserita nella scanalatura ricavata nel gambo. L’unione a secco si dispone smontabile. Nella parte sottostante, prossima all’attacco del gambo, sono impressi in sequenza successiva i numeri 262728. Il dato è indicativo della successione in cui gli stessi vengono alloggiati alla corrispondente numerazione sul supporto centrale.

In origine il ricciolo rovesciato, il punto d’appoggio al suolo, era tondo, mentre nel rilievo evidenzia l’usura subita nel tempo. Il punto di attacco al gambo presenta nel disegno una inclinazione di 93° gradi, rispetto alla prevista costruzione ortogonale in relazione al suolo.

Lunghezza (lineare rispetto al suolo) 296 mm circa, spessore 30 mm, larghezza massima del piede 87,5 mm.

Lunghezza della coda di rondine 62 mm, larghezza 17 mm, spessore 26-18 mm.

Altezza dal suolo al punto d’attacco centrale 143 mm circa.

Il motivo a ricciolo rovesciato segue una sagoma di dorso formata da tre curve: convessa-concava-convessa, che dal gambo seguono a dipresso il seguente sviluppo diagonale rispetto al suolo:

  1. 155 mm
  2. 100 mm
  3. 90 mm

per una lunghezza complessiva di circa 345 mm

A tergo presenta una curva a S rovesciata di circa 235 mm che si interpone a metà della lunghezza totale del piede. 

Rilievo delle componenti ornamentali:

Piano (disegno 6.)

Decorazione del piano
Rilievo dei motivi ornamentali della tarsia geometrica del piano.

La decorazione centrale del piano presenta, all’interno di una doppia filettatura circolare in acero con trinetta, una raffinata rappresentazione del nodo gordiano. Esso rievoca nell’aneddoto del VIII sec. a.C. la metafora rappresentativa di un problema di intricatissima soluzione, che la tradizione letteraria e leggendaria fa risalire al nome dall’antica capitale della Frigia e del suo mitico fondatore Gòrdio[19].

Gli elementi ornamentali posti al centro piano, formati da uno sfoglio di 13 listelli di diversa larghezza, costituiscono una composizione lignea di ritmata colorazione a chiaroscuro, realizzata con essenze di acero (acer campestre), noce (juglans regia) e pero (pyrus communis), presenti nelle specie legnose autoctone. Il motivo che campeggia centrale – nodo gordiano – si compone di 4 riquadri di 50×50 mm disposti, in senso orario, ad andamento trasversale-verticale formanti un più ampio riquadro di 100×100 mm contenuto da 4 semicerchi ornati, ciascuno, da 12 triangoli isosceli aventi base di 13 mm e altezza di 50 mm su fondo in noce. I triangoli accostati con inclinazione angolare di 15 gradi circa, sviluppano un diametro di 100 mm per una semicirconferenza di 50 mm di raggio, che copre l’intera lunghezza dei due lati consecutivi dei riquadri minori, creando l’effetto tipico dell’inestricabilità.

I tredici elementi che strutturano lo sfoglio ligneo si dispongono in ordine di essenze e grandezze nelle seguenti misurazioni:

  1. un elemento in noce da 7 mm
  2. un elemento in acero da 1,5 mm
  3. un elemento in noce da 7 mm
  4. un elemento in acero da 3 mm
  5. un elemento in noce da 1,5 mm
  6. un elemento in acero da 1,5 mm
  7. un elemento in pero da 7 mm
  8. un elemento in acero da 1,5 mm
  9. un elemento in noce da 1,5 mm
  10. un elemento in acero da 3 mm
  11. un elemento in noce da 7 mm
  12. un elemento in acero da 1,5 mm
  13. un elemento in noce da 7 mm

La larghezza complessiva è pari a 50 mm. Tale disposizione conferisce movimento e profondità al nodo gordiano.

Il motivo è incorniciato da un doppio filetto di acero, largo 1,5 mm. I filetti sviluppano rispettivamente un diametro di 105 e 116 mm misurati dal punto centrale del piano alla tangente della circonferenza. All’interno dei filetti in acero si interpone un doppio filetto in noce da 4 mm, intramezzato da una trinetta di 2 mm, composta da elementi lignei che risaltano centralmente l’ornamento e rispettano la seguente successione di composizione:

  1. noce 4 mm
  2. acero 4 mm
  3. noce 1,5 mm
  4. acero 1,5 mm

In sequenza decorativa, quasi ad intervallare il ritmo del successivo motivo ornamentale, si dispongono in cerchio 24 archi di segmenti in noce di 24 mm di larghezza per 36/30 mm, rispettivamente alla base e all’altezza degli elementi.

La decorazione sul piano segue lo sviluppo conico di una piramide retta a base ottagonale sezionata a vari livelli da piani paralleli a quello orizzontale.

La decorazione si ripropone con una doppia serie di denti (triangoli) all’interno di una speculare geometria di due filetti rispettivamente in acero e noce da 1,5 e 4 mm, e una trinetta di 2 mm composta di dentelli lignei che si ripetono alternandosi in un gioco di chiaro-scuri e sono formati da:

  1. noce scuro 1,5 mm
  2. acero 1,5 mm
  3. pero 1,5mm
  4. acero 1,5 mm

I filetti in acero misurano un diametro di 141,5 e 189 mm dal centro piano alle rispettive tangenti.

La geometria, che incornicia il motivo della doppia decorazione di triangoli, è costituita da:

una serie contigua di triangoli isosceli di noce, avente base di 14 mm circa, ampiezza angolare di 24 gradi volta verso l’interno del piano e altezza di vertice di 34 mm circa. In opposizione, aderiscono triangoli aventi base di 17,5 mm circa e ampiezza di 30 gradi volta verso l’esterno con eguale altezza di vertice. Questi ultimi sono composti da uno sfoglio di 15 listelli alternati di acero, noce e pero di varie larghezze, che presentano dal vertice o dalla base la seguente misurazione:

  1. acero 6 mm
  2. noce 1 mm
  3. acero 1 mm
  4. pero1 mm
  5. acero 3 mm
  6. noce 1 mm
  7. acero 1 mm
  8. pero 6 mm
  9. acero 1 mm
  10. noce 1 mm
  11. acero 3 mm
  12. pero 1 mm
  13. acero 1 mm
  14. noce 1 mm
  15. acero 6 mm

Intervalla il ritmo della decorazione una doppia fascia costituita da archi di circonferenza in noce rispettivamente di 20 mm di altezza per una lunghezza di circa 70 mm, disposti intorno al piano e separati centralmente da un doppio filetto speculare in acero e noce di 1,5 e 4 mm.  I doppi filetti speculari si chiudono su una trinetta di 5 mm di larghezza, composta da successioni di elementi di:

  1. acero 4 mm
  2. noce 4 mm
  3. acero 1,5 mm
  4. noce 4 mm
  5. acero 4 mm
  6. noce 1,5 mm

I diametri dei filetti in acero misurano rispettivamente 210 mm e 225 mm dal centro piano al punto estremo di tangenza.

Gli archi di circonferenza in noce non presentano nella loro disposizione eguale lunghezza.

La decorazione successiva propone un filetto di acero e noce di 1,5 e 4 mm, seguito da una trinetta composta di elementi di acero e noce in continuità alternata di 2 mm che aprono un motivo di triangoli avente base di 30/27,5 x 25 mm di altezza. Il triangolo si compone a partire dalla base dei seguenti elementi di:

  1. noce da 7 mm
  2. acero da 1,5 mm
  3. noce da 7 mm
  4. acero da 1,5 mm
  5. noce da 1,5 mm
  6. acero da 6 mm al vertice del triangolo.

Il diametro del filetto in acero misura 246,5 mm.

Un motivo di 4,5 mm di altezza forma una trinetta composta di elementi in:

acero 4/5 mm

  1. noce 1 mm
  2. acero 4/5 mm
  3. noce 4/5 mm
  4. acero 1 mm
  5. noce 4/5 mm

Detta trinetta si ripete lungo la circonferenza ed è speculare a un filetto di noce da 2 mm.

L’altezza totale del motivo è di circa 11 mm.

La decorazione circolare sul piano termina rispettivamente con una serie di filetti costituiti da:

  1. noce da 3,5 mm
  2. acero da 1,5 mm
  3. noce da 3,5 mm
  4. una trinetta composta da 2 mm e formata da due elementi di acero e noce disposti in modo alternato
  5. noce da 3,5 mm
  6. acero da 1,5 mm

La serie misura complessivamente 15 mm.

Sulla parte prossima al bordo del piano la decorazione segue un andamento parallelo rispetto ai lati del poligono.

È possibile riscontrare un disegno di:

noce specchiato costituito da 2 elementi di 150 mm sul lato dell’ottagono di 300 mm, formanti nella parte interna un arco di cerchio. La parte coincidente con lo spigolo dell’ottagono misura 80 mm di larghezza e 50 mm nel punto mediano del suo lato.

Una trinetta composta di essenze di acero e noce di 3 mm di altezza rispettivamente:

  1. acero 4 mm di larghezza
  2. noce 1,5 mm di larghezza

L’altezza è di 4 mm, di cui 2 scanalati sul supporto in pioppo.

Al margine del piano un bordo di essenza di noce in continuità con la precedente, di altezza 15 mm e spessore 2 mm, chiude la decorazione del piano.

Lo spessore dell’intarsio è sempre 2 mm.

Fanno eccezione le parti in cui gli interventi precedenti hanno ridotto lo spessore originale per avvenuta abrasione sino a 0,8/1 mm di spessore.

Sul bordo del piano è presente una:

lastronatura verticale costituita da essenze di noce (juglans regia), acero (acer campestre) e pero (pyrus communis), che formano uno sfoglio ligneo di elementi in continuità, rispettivamente di 13-1,5-1,5-5 mm nella seguente sequenza:

  1. noce 13 mm
  2. acero 1,5 mm
  3. noce 1,5 mm
  4. acero 5 mm
  5. pero 13 mm
  6. acero 1,5 mm
  7. noce 1,5 mm
  8. acero 5 mm

La lastronatura alta presenta spessori di circa 2 mm.

In realtà gli spessori misurati oscillano da 1 a 1,8 mm. In questo caso il fattore è verosimilmente determinato dalla levigatura in fase costruttiva, che ne ha ridotto i bordi (tondeggianti) allo spessore minimo di 1 mm.

La decorazione presenta una duplice aspetto: il primo di carattere cromatico, per l’alternanza dei colori chiaro-scuro del noce e dell’acero, ma anche per una voluta ricerca che intervalla al noce il pero ogni 28 mm, dando un effetto di profondità alla decorazione; un secondo aspetto evidenzia nelle diverse dimensioni degli elementi un gioco in armonico movimento policromo.

Fascia (disegno 7.)

Decorazione della fascia
Rilievo dei motivi ornamentali del bordo del piano e della fascia.

La fascia dal basso presenta un:

  1. bordo di noce disposto verticalmente di 13 mm di altezza x 2 mm di spessore;
  2. trinetta da 2 mm composta da 2 specie legnose (acero e noce) rispettivamente di 4 e1,5 mm in sequenza alternata: acero 4 mm, noce 4 mm, acero 1,5 mm, noce 4 mm, acero 4 mm, noce 1,5 mm in sequenza continua inserito nella sede scavata per una profondità di 2 mm;
  3. bordatura di noce disposta verticalmente di 35 mm.

L’essenza di noce disposta sulla fascia segue una decorazione a specchio su ogni lato dell’ottagono, rispettivamente di circa 150 mm.

Gambo (disegno 4.)

La decorazione del gambo propone una serie parallela di filettature e trinette decorative, che dal punto di attacco dei piedi si susseguono tra i risalti della tornitura.

Dal basso, la decorazione presenta una trinetta di 4 mm di altezza, formata da uno sfoglio di listelli di noce e acero disposti nell’ordine e nelle grandezze seguenti:

  1. acero 4 mm
  2. noce 4 mm
  3. acero 1,5 mm
  4. noce 1,5 mm

Il motivo si sussegue lungo la circonferenza del gambo per riproporsi a chiusura di tre filetti di noce distanziati fra loro circa 8 mm.  I filetti, rispettivamente di 1,5/4/1,5 mm di altezza, si intramezzano fra i motivi menzionati, i quali fanno risaltare la parte terminale del gambo. La decorazione si chiude sul primo motivo tornito con un filetto in noce da 1,5 mm.

Il secondo motivo di tornitura propone sull’arco superiore un filetto di noce di 1,5 mm, seguito, circa a metà dello stesso, da una trinetta composta.

Lo sfoglio del filetto si compone delle specie legnose di acero e noce disposte nella sequenza:

  1. acero 4 mm
  2. noce 4 mm
  3. acero 1,5 mm
  4. noce 4 mm
  5. acero 4 mm
  6. noce 1,5 mm

I motivi dentellati seguono la circonferenza nella sequenza indicata.

Maggior ricchezza di decorazione è messa in evidenza nel motivo tornito al centro del gambo: la coppa rovesciata.

Una trinetta composta che si apre alla base e propone uno sfoglio formato da:

  1. noce 4 mm
  2. acero 4 mm
  3. noce 1 mm
  4. acero 1 mm

La trinetta si ripropone nella stessa sequenza.

Tre filetti in noce si susseguono a una distanza di circa 8 mm aventi rispettivamente una larghezza di 1,5 – 4 – 1,5 mm. A chiusura specchiata è riproposta la trinetta composta menzionata in apertura.

Sulla parte stretta della coppa trovano posto ancora un filetto in noce di 1,5 mm e una trinetta composta da elementi inclinati rispettivamente di:

  1. noce 15 mm;
  2. acero 1 mm;
  3. noce 1 mm;
  4. acero 1,2 mm;
  5. noce 1 mm;
  6. acero 1 mm.

Anche questa trinetta si ripropone in modo analogo lungo il perimetro di circonferenza.

Piedi (disegno di rilievo n. 5)

In gergo, la decorazione del dorso dei piedi a ricciolo rovesciato veniva chiamata “rasgoun”, perché richiamava i denti di una sega/segone e veniva applicata a spina di pesce.

La decorazione del dorso alto del piede presenta tre filetti centrali di noce di 3 mm e, lateralmente, due filetti di acero da1,5 mm.

A specchiatura e con inclinazione di circa 45 gradi si dispone un motivo composto in sequenza di elementi di noce e acero aventi l’ordine e la grandezza seguenti, partendo dal basso:

  1. noce 30 mm;
  2. acero 1,5 mm;
  3. noce 1,5 mm;
  4. acero 10 mm;
  5. noce 20 mm;
  6. acero 1,5 mm;
  7. noce 1,5 mm;
  8. acero 10 mm.

Il motivo segue l’inclinazione indicata.

Nel periodo menzionato, per il colore bianco si usavano l’acero o il salice; per il colore rosso, il pero, il ciliegio e, più raramente, il melo, l’albicocco e il pruno. Anche il noce e l’olmo potevano essere utilizzati, nelle loro varianti chiare, medie o scure. Invece, le strutture di supporto (piano, fascia, “guidagne” e piastra filettata) erano sempre di pioppo o di salice, legni dozzinali presenti in abbondanza sul territorio. 

Stato di conservazione:

Ad un’analisi macroscopica, il tavolo presenta un’alterazione diffusa con degrado del tessuto ligneo, consistente in modificazioni della struttura e della composizione chimica della specie legnosa. Il processo alterativo del manufatto, agevolato dall’esposizione in ambiente esterno, è dovuto a fattori di natura sia abiotica, sia biotica.

Lo sviluppo dei fattori abiotici ad opera di agenti termici, meccanici e chimici in ambiente di umidità e scarsa ventilazione ha gravemente intaccato il tessuto ligneo, pregiudicando la durabilità del manufatto. Le modificazioni del colore e le parti lignee completamente inutilizzabili rappresentano gli estremi di una singolare condizione di degrado, che sul manufatto segnalano due aree di differente esposizione all’azione aggressiva dei fenomeni ambientali, seguiti a ripetuti cambi dimensionali che hanno portato al distacco di parte dell’assito e della fascia sottostante, con estesa variazione cromatica sull’intera superficie. L’esposizione alla luce e alle radiazioni UV ha ridotto la resistenza e provocato, verosimilmente, modificazioni chimiche dei costituenti cellulari, come la degradazione della lignina e l’interruzione dei legami chimici, in cui l’ossigeno atmosferico e l’inquinamento dell’aria hanno in parte concorso all’alterazione del manufatto. Non è da escludere che abbiano contribuito al suo degrado sollecitazioni di ordine meccanico durante spostamenti, o sollecitazioni gravitazionali, oppure interventi arbitrari eseguiti sull’opera. È ipotizzabile, inoltre, che un ambiente basico abbia facilmente attaccato le emicellulose e la lignina, provocando una riduzione della resistenza. Anche una prolungata esposizione ad alte temperature può aver prodotto la decomposizione chimica del legno, favorita dall’umidità e dalla pressione. L’alterazione e la decomposizione dei tessuti lignei di origine biotica sono osservabili in presenza di parassiti fungini con proliferazione delle spore e deposito di natura biologica.

Su ampia parte della superficie si rilevano muffe che determinano un’alterazione del colore, rimovibili con semplice spazzolatura. Il micèlio, lanuginoso e di colore nerastro, ha ridotto la durezza del legno e creato le condizioni per uno sviluppo in profondità. Non va esclusa l’azione di batteri sulla parte maggiormente esposta al suolo, dove la superficie del legno, a consistenza spugnosa, presenta colorazioni scure e perdita della resistenza del tessuto legnoso.

Su tutta la superficie del piano, ma con una particolare concentrazione sul gambo e i piedi, sono diffusi dei fori di sfarfallamento, ad opera di insetti la cui ovideposizione è stata facilitata dalle varie e larghe fessure nel legno. Le larve hanno determinato grosse gallerie in condizioni di ottimale umidità per l’intero ciclo riproduttivo.

Nel piano intarsiato mancano numerose tessere e la superficie presenta sollevamenti estesi. Parte della geometria ornamentale è in avanzato stato di degrado, irreversibilmente danneggiata. Migliaia di elementi che compongono la decorazione – alcuni sino alle dimensioni di un millimetro si dispongono in ammassi confusi e non più secondo l’ordine prossimo al distacco; una parte di questi è custodita in sacchetti di plastica. Macchie diffuse e di varia natura si spargono sull’intera superficie sino ad occupare gran parte del piano in depositi di sostanze organiche in decomposizione. L’esposizione prolungata del legno a dette condizioni ha portato al cedimento di alcune parti strutturali e ne ha ridotto altre allo stato spugnoso. Un primo intervento in fase di reperimento e successivo immagazzinamento si è limitato a conservare le tessere in via di distacco attraverso l’ausilio di carta giapponese.

Si rileva sul piano la deformazione dell’intero assito e il distacco di alcuni elementi del tavolato dal filo di unione del piano stesso. Le assi chiodate palesano ossidazioni sulle parti maggiormente esposte, con indebolimento della parte lignea adiacente ai chiodi e fratture evidenti. Le parti esterne dell’assito sono maggiormente danneggiate da marcate fessurazioni e cedimenti dell’unione chiodata alla fascia. Su un’area prossima a un angolo dell’ottagono si nota un’integrazione al supporto effettuata forse all’epoca della costruzione. Esso, privo ormai di consistenza legnosa, si presenta ondulato, con variazioni anche rilevanti tra le parti del piano. È possibile osservare chiodature con ossidazione persistente che dal piano si orientano verso la fascia sottostante.

Sulla parte meglio conservatasi s’individuano con buona approssimazione le specie legnose e si scorgono le tracce di una probabile finitura a gommalacca. Le essenze lignee utilizzate, ossia il pero per la colorazione rossa, l’acero per la colorazione bianca e il noce per la colorazione bruna, sembrano essere – dopo la pulitura – di origine autoctona; sono state utilizzate per alternare colorazioni e conferire profondità e movimento al disegno.

La vernice presente su alcuni lati della fascia rivela una natura diversa dalla gommalacca persistendo a prove con solventi polari.

Ad una osservazione microscopica con obiettivo 10x, è possibile rilevare su alcuni campioni di tessere lignee la presenza di un sottile strato di vernice solubilizzabile in alcool, che caratterizza la verniciatura a gommalacca, utilizzata per le tavole a mosaico nel periodo in menzione. Riesce difficile stabilire se la finitura sia originale; si propende, comunque, per una ripresa in periodi successivi sino a soluzioni sulla fascia del tutto arbitrarie. Lo spessore di alcuni elementi ornamentali mostra diversa altezza, attribuibile a interventi abrasivi. Sulle parti di tessera a contatto col piano s’intravvedono frammenti cristallizzati tra le fibre e di color scuro, tipici della colla animale che è stata a contatto con l’acqua. Le parti irreversibilmente danneggiate appaiono ricoperte da filamenti scuri e le fibre lignee sono prive di continuità.

Il retro del piano presenta un’ampia superficie spugnosa, mancante di resistenza e durezza. Per metà circa dell’estensione, si può osservare una muffa che deturpa il tavolato, intaccando le lettere e i numeri posti sull’assito. L’etichetta di spedizione è ricoperta da un colore scuro che riduce la leggibilità del contenuto.

La fascia del piano maggiormente intaccata ha consistenza friabile a media pressione; circa la metà dei lati dell’ottagono è sprovvista degli elementi decorativi. È possibile costatare la presenza di chiodi ossidati che attraversano i livelli della fascia e, presso il bordo del piano, fori di chiodi equidistanti utilizzati in fase di costruzione per facilitare, tramite corde, l’incollaggio del motivo decorativo al bordo medesimo. Tre livelli in decorsi continui costituiscono la fascia in spessori diversi, osservabili dopo la pulitura nelle parti conservate del manufatto.

Il gambo e i piedi si trovano in un discreto stato di conservazione, se si escludono i fori di sfarfallamento sulla superficie e il piede punzonato con il numero 28. Questo rileva una accentuata deformazione determinata dalla zona nodosa. È possibile osservare l’inserimento di un tassello ligneo per ridurre verosimilmente il movimento del legno nella parte maggiormente interessata. Inoltre, presenta rispetto agli altri piedi una altezza inferiore di circa 8 mm che ne determina l’inclinazione del tavolo. Sulla parte alta e prossima alla filettatura, il gambo presenta una leggera curvatura vicino alla zona midollare che determina in prossimità della piastra filettata la forzata unione avvitata. I due fenomeni di alterazione strutturale rendono disassato l’asse perpendicolare della tavola con inclinazione del piano rispetto a questo.

Il recupero di un manufatto in queste condizioni richiede un lungo e complesso intervento di restauro, che nel caso specifico è stato eseguito in collaborazione con il Museo della Tarsia di Rolo.

Restauri recenti:

La fase di pulitura ha evidenziato sul manufatto la presenza di elementi d’integrazione, alcuni dei quali, seppur non rigidamente congrui ai criteri di un intervento conservativo, sono stati mantenuti al fine di attestare la storia dei precedenti restauri o, semplicemente, delle riparazioni effettuate. La leggibilità dell’opera non pare pregiudicata, come mostra la documentazione fotografica; inoltre, l’eventuale correzione avrebbe richiesto il distacco della tessera, col rischio di pregiudicare una condizione già al limite del collasso.

Il supporto della tarsia presenta un’integrazione ad angolo in un lato dell’ottagono, effettuata probabilmente durante la fase di costruzione.

Nella lettura d’insieme, gli interventi sembrano limitarsi al ripristino di talune tessere del mosaico. Tuttavia è da rilevarsi la diversa consistenza di queste, che in origine presentavano un’altezza di 2 mm, mentre si è riscontrato che lo spessore in alcuni casi scende a 0,8 mm. La presenza di verniciatura sulle tessere di minor spessore è da attribuire quindi ad un intervento successivo.

Nelle parti di unione tra i piedi e il gambo compaiono spessori lignei incollati sull’incastro a coda di rondine dei primi e chiodi atti a tenere uniti i due elementi. Le unioni, proprio per la peculiarità del manufatto, si dispongono in origine smontabili, mentre all’interno delle mortase del gambo è depositata colla animale, la quale, insieme ai chiodi e agli spessori, consentiva di saldare temporaneamente i pezzi. La presenza dei tre elementi di ausilio per l’unione del gambo ai piedi porta a ipotizzare fasi successive di intervento: a) gli spessori sulle code di rondine nei piedi potrebbero essere contestuali alla costruzione per una non corretta esecuzione dell’incastro; b) la presenza della colla sul fondo e sulle pareti della mortasa del gambo sono da attribuire ad un intervento successivo finalizzato a garantire stabilità al suolo della tavola; c) la presenza di chiodi ad ausilio dell’unione ottenuta con la colla o successiva a questa è da ricondurre a un orientamento diretto a vincolare le unioni. La scelta non accurata del legno e le esecuzioni imprecise delle unioni hanno pregiudicato la stabilità del tavolo, determinando le successive problematiche, come ad esempio quella documenta nella con l’inserimento del tassello ligneo atto a contenere il movimento del legno. Intervento di probabile realizzazione successiva.

Il ripristino della funzione originaria dove possibile è ritenuto conveniente.

Gli interventi parziali registrati sul manufatto sembrano volti a un recupero, al quale poi si è rinunciato a causa della lunga e paziente operazione richiesta per la salvaguardia dell’opera.

Metodologia di intervento:

L’operazione è stata eseguita suddividendo l’intervento in quattro fasi.

Prima fase

  1. Documentazione fotografica prima, durante e dopo i cicli di lavorazione.
  2. Rilievo, registrazione e descrizione degli elementi decorativi e strutturali del manufatto.
  3. Disamina degli elementi apposti sul retro della tavola.
  4. Ricerca sui falegnami attivi a Rolo tra i primi decenni dell’Ottocento e la fine del secolo, con ipotesi deduttive sull’attribuzione dell’opera alla bottega.
  5. Indagine storica, sociale ed economica sul fenomeno di produzione dei manufatti rolesi per il mercato internazionale.

Seconda fase

  1. Operazione di pulitura manuale con pennello a pelo morbido;
  2. Consolidamento in profondità delle parti degradate;
  3. Trattamento antitarlo sull’intera superficie lignea;
  4. Preservazione da futuri attacchi microbiologici e riparazione dei danni attuali;
  5. Pulitura con utilizzo di tensioattivi, impacchi e gel previo tassellatura di prova;
  6. Rimozione delle ossidazioni sulle parti ferrose (chiodi).

Terza fase

  1. Ricostruzione e integrazione delle parti strutturali dell’assito;
  2. Ricomposizione e adesione degli elementi separati della tarsia e ripristino delle parti mancanti;
  3. Intervento di riadesione del motivo ornamentale parzialmente sollevato dal supporto;
  4. Omogeneizzazione cromatica delle tessere integrate mediante velatura (sottotono);
  5. Adeguamento cromatico delle ricostruzioni con terre colorate.

Quarta fase

  1. Pellicola protettiva a base di olio duro
  2. Rifinitura a cera

Le fasi operative

Prima fase: documentazione.

L’operazione di restauro è stata eseguita presso il laboratorio di Burolo (TO), e finalizzata allo studio degli aspetti costruttivi e ornamentali del tavolo nel corso delle operazioni di recupero. Le precarie condizioni del manufatto hanno richiesto, per il trasporto dal Museo di Rolo al laboratorio, la preparazione dell’opera attraverso il fissaggio provvisorio delle tessere prossime al distacco, la preservazione di quelle scollate e la protezione della superficie del piano gravemente danneggiato.

In laboratorio si è convenuto procedere a una prima documentazione fotografica, che consentisse una valutazione delle condizioni e una pianificazione programmatica dell’intervento.

Considerato l’elevato numero delle tessere della tarsia separate, si è optato per la loro ricomposizione, onde evitarne la perdita e rilevarne le singole misurazioni. La registrazione dei motivi ornamentali presenti sul piano ha consentito altresì di riscontrare motivi ricorrenti nella tarsia rolese[20], costatando specie legnose autoctone presenti negli elementi decorativi. A tal fine, si è cercato di verificare una corrispondenza delle specie legnose con l’ausilio del microscopio, quale supporto all’osservazione diretta. L’operazione ha richiesto un lungo e laborioso lavoro, che ha portato alla ricomposizione in sequenza delle parti decorative sino all’ordine di 1 millimetro.

Il rilievo si è esteso anche alla parte strutturale, individuando tipologie costruttive che rispondono ai criteri dei tavoli rolesi[21]. Nella costruzione del piano (quérc) ricorrono: tavole unite a filo e costituenti l’assito di supporto della tarsia; sottostante fascia di contorno (fasòn), formata da tre ricorsi orizzontali (gàvei) e vincolata al piano da chiodatura; due traverse (guidagni) calettate alla fascia con coda di rondine ridotta, dove centralmente trova posto la piastra filettata (mèdervida) per l’unione con la vite del gambo (). La piastra è vincolata alle traverse da chiodature e presenta una filettatura che consente di avvitare il gambo al piano. Il gambo tornito a balaustro – con motivo a coppa rovesciata e vari risalti (sigulòt) – è decorato da trinette e filetti policromi e commesso ai piedi a ricciolo rovesciato (ris) mediante incastri smontabili a coda di rondine. Tutte le parti del manufatto rispettano i criteri costruttivi del periodo menzionato[22].

Un maggior approfondimento ha richiesto il retro del piano, sul quale sono stati osservati anche elementi utili a ricostruire la possibile attribuzione alla bottega: le iniziali apposte sull’assito. Le lettere alfabetiche presentano tracce striate di color nero non ben definito, eseguite con l’utilizzo di sagome guida che contraddistinguono lo stile del carattere. Le iniziali hanno richiesto un approfondimento sulle botteghe presenti a Rolo nella seconda metà dell’Ottocento, al fine di comprendere se esisteva una verosimile consuetudine e di individuare una corrispondenza con la bottega.

All’interno delle due traverse parallele e sulla piastra filettata centrale risalta la numerazione 3 e 25. Di analoga composizione delle lettere, essa rivela una connessione tra l’elemento del piano e il gambo per l’assemblaggio delle parti. Rimane aperta la questione dell’attribuzione del numero 3 al tavolo, mentre non lascia dubbi la sequenza numerica punzonata che, riproposta sulla testa della vite del gambo, compare anche sulla base dello stesso e sui piedi. Una sequenza atta a facilitare l’unione del tavolo, soprattutto se quest’ultimo doveva essere spedito per ferrovia.

Le testimonianze documentali e orali sulla florida esportazione di manufatti sono confermate dall’etichetta di spedizione, presente anch’essa sul retro e deturpata da un colore nero che ha reso difficile la lettura del contenuto. L’etichetta di spedizione stampata in lingua francese ha stimolato la ricerca volta alla comprensione e alla corrispondenza dell’insieme dei dati precedentemente raccolti, attingendo ai contenuti di testi in lingua e prossimi al periodo in menzione. Si è potuto appurare il percorso del manufatto tra due stazioni ferroviarie della bassa Normandia, indice di una produzione destinata all’estero lungo la tratta ferroviaria dell’ovest della Francia.

La ricerca si è estesa anche all’ambito storico, sociale ed economico, al fine di comprendere la realtà coeva e prossima alla tipologia produttiva del manufatto oggetto di restauro.

Seconda fase: preservazione

Un primo intervento si è limitato a rimuovere i residui presenti sulla superficie e insediati fra le fessurazioni mediante l’utilizzo di pennello morbido. Nella zona maggiormente attaccata da muffe si è resa agevole una prima operazione di pulizia manuale, previo trattamento a spruzzo con preservante nell’area attaccata; poi con setole morbide si è rimossa a secco la parte di muffa maggiormente concentrata. L’esteso degrado strutturale per circa metà del tavolo ottagonale ha reso necessario, onde evitare possibili rotture, il consolidamento del tessuto ligneo con ripetute iniezioni nei fori di sfarfallamento e nelle fessurazioni presenti sulla tavola. L’operazione ha richiesto ripetuti cicli e, nelle parti più fragili, più stesure a pennello per impregnamento. È stata eseguita congiuntamente alla disinfestazione con antitarlo, preparando una miscela dei due composti al 50% compatibili e miscibili tra loro. Il trattamento è stato eseguito in tre cicli con intervallo di 21, 14 e 7 giorni, isolando il manufatto in involti plastici e con tamponi imbevuti di antitarlo.

L’intera superficie ha richiesto per la pulitura, a causa della presenza di macchie di varia natura, l’utilizzo di saggi di prova. Un maggior effetto pulente è stato riscontrato tra i tensioattivi, che hanno consentito una prima lettura del tavolo e la formulazione di ipotesi interpretative sulle tracce presenti nel manufatto, dove ad esempio è possibile osservare nel filetto decorato le diverse altezze, ai margini, attribuibili a interventi successivi alla costruzione dell’oggetto. Nelle parti a maggiore persistenza di sporco si è usato un tensioattivo detergente concentrato al 10% in soluzione acquosa. Le prove di pulitura sono state effettuate sul retro del tavolo.

Per la rimozione dello sporco sull’etichetta di spedizione si è ritenuto conveniente il minimo intervento, al fine di rendere quantomeno leggibile parte del contenuto, utilizzando un idrocolloide naturale costituito da Agar-Agar in concentrazione del 5% in solvente acquoso. Il risultato ha consentito di giungere ad una leggibilità apprezzabile.

Nelle parti a maggior concentrazione di muffe si è fatto uso di impacchi di Biotin R in soluzione percentuale del 3%, mentre le ossidazioni dei chiodi presenti sul tavolo sono state trattate con impacchi di sale bisodico in soluzione acquosa a bassa concentrazione, intervenendo sull’intera sequenza di chiodature che calettano le parti tra loro.

La pulitura ha consentito una maggiore leggibilità dell’opera attraverso l’osservazione dei segni, delle tracce e delle integrazioni che, congiuntamente alle indicazioni delle lettere, dei numeri e dell’etichetta di spedizione, documentano la storia del manufatto e la sua ambientazione[23] .

Terza fase: integrazione

Nelle aree del piano dove l’assito rivela maggiori lacune strutturali si è ritenuto conveniente una ricostruzione in continuità alle parti preesistenti, senza modificare la struttura originale. L’utilizzo di stucco bicomponente a base epossidica, per le caratteristiche di reversibilità mediante graduale rigonfiamento con solventi polari, è parso congruo al ripristino delle numerose lacune e a restituire leggibilità alla struttura deteriorata (fig. 61,62). L’esigenza di predisporre le condizioni per l’adesione delle tessere ornamentali, ha comportato l’adeguamento alle stesse delle irregolarità del piano, anche con ricostruzione degli avvallamenti, creando una continuità con la parte adiacente.

La fascia del piano sottoposta a maggiori sollecitazioni ambientali ha richiesto il ripristino delle parti scollate con adesivo a base di colla animale e, in seguito, la ricostruzione del bordo della stessa sino a raggiungere spessori di tre/quattro millimetri. Nell’integrazione si è cercato di non cancellare i segni delle chiodature e dei ricorsi orizzontali della fascia che caratterizzano la tipologia costruttiva del tavolo (Figg.63-65).

La ricomposizione delle tessere scollate e custodite in busta di plastica ha reso difficile la loro disposizione. La paziente opera di assemblaggio dei pezzi fra le migliaia di elementi presenti è stata preceduta dalla individuazione della specie legnosa, sequenza d’ordine ed esatta ricollocazione. Le tessere, formate sino a quindici elementi lignei, hanno ulteriormente prolungato l’operazione di composizione e del rispettivo rilievo. L’adesione al supporto ligneo delle tessere ha successivamente costretto, per avvenute contrazioni e dilatazioni del piano che hanno modificato la sede originaria, ad adattare i vari pezzi allo spazio disponibile.

Per l’integrazione della tarsia si è invece richiesta la collaborazione del Museo di Rolo, che ha reperito le essenze lignee autoctone, cercando di consegnare al manufatto una leggibilità ormai alterata. L’integrazione delle nuove tessere è stata adattata allo spazio disponibile rispettando le misurazioni rilevate.

Al tatto, la tarsia preesistente presenta leggere ondulazioni, in parte contenute mediante la riadesione delle tessere, specie quelle con maggiore convessità, inserendo tra i sollevamenti iniezioni di colla animale e consegnando uniformità alla decorazione dove il supporto lo consentiva.

La differenza cromatica è stata attenuata mediante una velatura di terre e gomma arabica in sottotono; nelle parti ricostruite, mediante aggiunta di terre colorate nello stucco bicomponente.

Quarta fase: protezione

Su specifica richiesta del Museo di Rolo, la protezione del tavolo intarsiato è stata eseguita con una sostanza composta da idrocarburi alifatici, olio di ricino, resina di colofonia e altri componenti, denominata olio duro universale naturale. Le sequenze di lavoro hanno rispettato le informazioni contenute nella scheda tecnica (Fig.66-71).

A trattamento ultimato, si è stesa sull’intero manufatto una leggera mano di cera naturale.

Materiali utilizzati:

La scelta dei materiali è stata orientata seguendo due criteri di base: a) selezionando  prodotti testati e presenti nella letteratura specialistica; b) esaminando saggi eseguiti su campioni. Nei casi dubbi, si è consultato il responsabile dell’ufficio tecnico scientifico dell’azienda fornitrice del prodotto.

Di ogni singolo prodotto si è inoltre considerata la possibile reversibilità, ovvero l’eventualità di un ripensamento durante il restauro e la sostituzione mediante altro prodotto ritenuto più corrispondente alle specifiche finalità. A tal fine, è parso conveniente conoscere di ogni articolo il solvente relativo, affinché fosse riproponibile la condizione iniziale.

Nelle aree in cui più fenomeni di degrado hanno agito simultaneamente o determinato le condizioni per lo sviluppo di fenomeni di degrado successivo, le risposte ai prodotti non hanno sempre dato esiti soddisfacenti, richiedendo la miscibilità di più sostanze compatibili o la sovrapposizione di agenti più aggressivi.

Le fasi di lavorazione seguono le modalità d’uso descritte nella scheda tecnica – laddove presente – in tutto l’elenco dei prodotti utilizzati:

  1. Rexil (consolidante)
  2. Per-xil 10 (antitarlo)
  3. Biotin R (preservante microbiologico)
  4. Tween 20; C 2000; Edta e Arbocel; Agarart (Pulitura)
  5. Balsite (ricostruzioni e integrazioni)
  6. Terre e gomma arabica (velature)
  7. Olio duro (protezione)
  8. Cera (finitura) 

Interventi recenti:

Sul tavolino ottagonale si sono riscontrati piccoli interventi di ripristino, soprattutto sulle tessere ornamentali. Questi rivelano integrazioni della tarsia che fanno supporre operatori e tempi distinti di intervento. È difficile stabilire quale di questi sia recente, in considerazione delle varie operazioni effettuate; ad una attenta osservazione, tali interventi sembrano volti a restituire una leggibilità d’insieme, compromettendo in parte la disposizione delle grandezze originali. Verosimilmente si tratta di piccoli ripristini tesi alla graduale ricomposizione del tavolo affrontati a tempo perso.

Nelle parti strutturali non si evidenziano azioni recenti, mentre su parte della fascia e sul bordo del tavolo la vernice presenta natura diversa dalla gommalacca. Prove con solventi polari hanno dato esito negativo al rinvenimento della sostanza. La verniciatura effettuata potrebbe essere stato l’ultimo intervento prima del ritrovamento dell’opera rolese.

Conclusioni:

Il percorso di studio e ricerca ha posto una serie di considerazioni sulla realtà sociale di Rolo e sullo spirito dei suoi intarsiatori del XIX secolo, portando a concludere che la parabola discendente della produzione di tavoli intarsiati possa essere stata determinata, principalmente, da un atteggiamento volto più al profitto che all’instaurazione di un rapporto tra l’opera e l’autore. La realtà coeva alquanto disagiata e l’area geografica ingenerosa hanno indubbiamente condizionato l’ambiente entro il quale l’ebanista dava senso al suo agire, orientando le sue esigenze alle primarie necessità. Questo aspetto ha “raffreddato” il rapporto emotivo con la materia – qui inteso come ricerca estetica – e non ha stimolato il rinnovo del repertorio artistico e culturale e delle tipologie dei mobili rolesi. L’esecuzione di un manufatto poteva diventare un atto compiuto meccanicamente, senza la partecipazione della coscienza. I motivi erano ricorrenti, le fasi della lavorazione di routine, le specie arboree autoctone, il prodotto richiesto dal mercato. Perché mai perdere tempo per innovare?

Il tavolo poteva essere venduto ad un prezzo competitivo, grazie ai contenuti costi della materia prima e a una raffinata esecuzione di temi ornamentali ormai consolidati. Saturato il mercato locale, si apriva quello estero, sino a giungere però alla perdita di quel prestigio che in precedenza aveva caratterizzato il prodotto rolese. Questo aspetto di mancata lungimiranza grava ancor oggi sulla riproduzione dei tavoli intarsiati.

Non sono mancate e non mancano, tuttavia, figure artistiche che hanno saputo imprimere nella memoria storica il ricordo ancora vivo di manufatti di elegante e raffinata composizione. Nel periodo del tardo barocco e in quello neoclassico troviamo ebanisti importanti, come Giuseppe Preti, Paolo Biraga e altri artefici di rilievo; a cavallo tra il periodo neoclassico e quello eclettico, in cui gli artigiani si specializzano nella produzione di tavoli intarsiati, spiccano Vincenzo Mari e Ferdinando Pineschi; nell’elenco del 1900 fornito dalla testimonianza dello Spinelli emergono, tra i tanti, Carletti Eugenio, i fratelli Predieri e ancora i Pineschi, questi ultimi aggiudicatari del gran premio e medaglia d’oro nel 1911, ma l’elenco si prolunga ancora.

Rimane quindi e rimarrà il segno di chi ha saputo e sa far confluire nelle esigenze primarie la ricerca estetica, donando al presente e al futuro la natura intima dell’autore: la sua arte.

Un ulteriore aspetto pone considerazioni sulla produzione dei “rolini”, attività che, dopo circa settant’anni di progressivo declino, si ripropone in alcune botteghe e occupazioni amatoriali. A tal fine vige oggi un regolamento per l’uso del marchio collettivo “tarsia tradizionale di Rolo”, depositato presso il Ministero delle Attività Produttive. L’art. 1 di detto regolamento recita:” Il Comune di Rolo si propone di tutelare e valorizzare, mediante il marchio collettivo di cui all’allegato A, la produzione e la commercializzazione di manufatti in legno realizzati secondo criteri tecnici e artistici che rispettino la tradizione storico-culturale dell’intarsio rolese. I menzionati criteri tecnici e artistici sono indicati in un apposito Disciplinare di produzione”.

Tale attività di controllo è delegata agli operatori del Museo della tarsia, che con scrupolo morale vigilano sulla limitata riproduzione dei manufatti rolesi. Tuttavia, la tutela e la valorizzazione mediante il marchio collettivo rischia di naufragare se, come sosteneva Leonardo da Vinci, “Quelli che si innamoran di pratica / sanza scienza, son come ‘l nocchiere / ch’entra in navilio sanza timone o bussola /che mai ha certezza dove si vada”.

Il restauro iniziato per il Museo della tarsia di Rolo il 16 marzo 2017 è terminato il 15 settembre dello stesso anno.

*Antonio Bova  

*Laureato presso il dipartimento di Cultura Politiche e Società dell’Università degli studi di Torino, svolge dal 2015 attività di ricerca sulle produzioni artigianali locali, approfondendo gli aspetti di carattere socio-antropologico della cultura popolare. In collaborazione con il Museo della tarsia di Rolo (RE) svolge dal 2016 attività di studio e ricerca sulle tecniche costruttive dei manufatti artistici rolesi.

[1] D. Ferretti, Per una storia dell’arte della tarsia a Rolo, in L’arte della tarsia a Rolo, a cura di G.   Castagnaro, D. Ferretti, G. Truzzi, (Reggio Emilia, 1996), p. 40.

[2] Ibidem p. 46.

[3] https://www.unipi.it/index.php/news/item/7006-antropologia-della-cultura-materiale

[4] Ferretti, storia, p. 40.

[5] Ibidem, p. 25.

[6] G. Truzzi, Il mobile intarsiato di Rolo: caratteristiche costruttive e dati tecnici in L’Arte della     Tarsia a cura di G. Castagnaro, D. Ferretti, G. Truzzi, (Reggio Emilia, 1996), cfr. le didascalie di Gianni Truzzi alle pp. 239-241.

[7] Ferretti, storia, p. 30.

[8] Ibidem, pp. 34 e 40.

[9] Ibidem, pp. 42-45.

[10] Ibidem, p. 46.

[11] Ibidem, p. 28.

[12] Du Camp, M. (1868), «Les chemins de fer à Paris – La gare de l’Ouest (rive droite)», in Revue de Deux Mondes, Secondo periodo, vol. 74, (Parigi,1868) pp. 94-129.

[13] Ferretti, storia, p. 43.

[[14] Weber M., Il metodo delle scienze storico-sociali, (Torino, Einaudi, 1958) (ed. orig. 1922). p. 96.

[15] https://it.wikipedia.org/wiki/Nodo_gordiano.

[16] Truzzi, Il mobile, p.68.

[17] Truzzi, Il mobile pp. 68-73.

[18] La geometria del piano ottagonale per i complementi d’arredo è un elemento di continuità nell’ebanisteria rolese. Il dato è stralciato dall’inventario post mortem dei beni del marchese Francesco Sessi redatto nel 1746 (Ferretti 1996, p. 50, nota 16).

[19] Wikipedia, Nodo gordiano.

[20] Truzzi, Il mobile, p. 68.

[21] Ibidem, p. 69.

[22] Ibidem, pp. 35-77.

[23] Il concetto di ambientazione è qui inteso come un processo di interazione fra la materia e l’ambiente attraverso il tempo.


Etichetta di spedizione

Etichetta di spedizione

Nel retro del piano è possibile leggere sull’etichetta di spedizione la scritta di destinazione del tavolo sulla tratta ferroviaria francese da AVRANCHE a CHERBOURG nella bassa Normandia.

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